Bernard Vincent, Le sentier des larmes. Le Grand exil des indiens cherokees, Flammarion, Paris 2002, p



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Bernard Vincent, Le sentier des larmes. Le Grand exil des indiens cherokees, Flammarion, Paris 2002, pp. 251.
Nunna daul Isunyi, “il cammino lungo il quale abbiamo pianto”, il sentiero delle lacrime, così è stata denominata dagli indiani cherokee la tragedia del loro esilio forzato dalle terre che occupavano da tempi immemorabili. Nel 1838 una delle tribù indiane più “civilizzate”, fu costretta ad abbandonare la Georgia in osservanza ad una legge approvata dal Congresso nonostante il parere negativo della Corte Suprema. Un quarto di coloro che si misero in cammino in quel terribile inverno morì prima di raggiungere le terre d’esilio, nell’Oklahoma, oltre il Mississippi.

A quell’evento, che sancì la perdita dei diritti originari e dell’indipendenza nazionale dei cherokee, è dedicato il volume di Bernard Vincent, una lettura appassionante, uno studio che per la chiarezza espositiva e l’ampiezza della prospettiva storica riesce a suscitare interesse anche nel lettore non specializzato.

Il volume prende l’avvio dall’età moderna, dalle conseguenze dell’arrivo degli europei sulla società, sulla visione del mondo e sul modo di vita cherokee, a cominciare dalla trasmissione delle malattie.

La scomparsa di numerosi shamans, la moltiplicazione dei decessi “naturali” all’interno della comunità, il posto centrale che la morte viene ad occupare, la commercializzazione delle terre sacre e degli altri doni di Madre Natura, la despiritualizzazione imprevista della vita quotidiana, tutto questo annuncia il vacillare, che porta disorientamento e angoscia, di una cultura immemorabile verso un buco nero di cui nessuno, allora, né tra gli Indiani, né tra i coloni, ha la chiave interpretativa (p. 23).

I mutamenti nel corso del tempo saranno profondi e traumatici; l’autore accenna al declino della società matrilineare, alla diffusione dello schiavismo e ricostruisce le fasi salienti dei rapporti con gli europei: il progressivo restringersi dello spazio vitale dei cherokee sotto la pressione sempre più forte dei coloni che li sospingevano verso ovest; i tentativi di conservare il rispetto di sé e la propria libertà d’azione, i commerci (di pelli come di schiavi), i conflitti, le alleanze. Particolarmente disastrosa l’alleanza con gli inglesi, prima nella guerra dei sette anni e poi nella guerra di indipendenza che condusse ad una ulteriore riduzione delle terre cherokee e segnò la loro condizione di dipendenza nella nuova nazione americana.

La politica di “civilizzazione” e di integrazione nell’America bianca degli indiani sconfitti, promossa dai presidenti Monroe e Quincy Adams, fu pienamente accolta dai cherokee. Lo ricorderà con John Ridge, amico e consigliere del capo John Ross nel 1832, due anni dopo l’approvazione della legge di espulsione, con parole colme di risentimento:

Ci avete chiesto di abbandonare la nostra condizione di cacciatori e di guerrieri: l’abbiamo fatto. Ci avete chiesto di istituire un governo repubblicano: l’abbiamo fatto e abbiamo preso il vostro a modello. Ci avete chiesto di coltivare la terra e di imparare le arti meccaniche: l’abbiamo fatto. Ci avete chiesto di rinnegare i nostri idoli e di adorare il vostro Dio: l’abbiamo fatto (p. 136).

La politica della “civilizzazione”, ed in particolare la conversione all’agricoltura, era una forma di espropriazione culturale e territoriale. La coltivazione della terra – nelle aspettative dei sostenitori della “civilizzazione”- con il tempo avrebbe reso evidente l’inutilità delle grandi estensioni di terre su cui i cherokee rivendicavano diritti originari ed avrebbe consentito la loro attribuzione ai coloni. Nel corso del primo trentennio del secolo, tuttavia, sotto la spinta dell’incremento demografico, dello sviluppo economico e della presenza sempre più numerosa e aggressiva dei coloni, si levarono sempre più forti le voci di coloro che pretendevano una rapida e definitiva soluzione del “problema indiano” attraverso l’espulsione.

“Cinico sostenitore dell’appropriazione delle terre degli indiani”, Andrew Jackson, eletto presidente nel 1828, rinnegò sia la politica precedente volta all’integrazione, sia il ricorso ai trattati che prevedevano la cessione di territori; egli negava la sovranità stessa delle nazioni indiane, una sovranità che definiva “auto-proclamata”, contraria alle leggi americane. Incoraggiata dall’elezione di Jackson, l’assemblea della Georgia dichiarò che le proprie leggi dovevano applicarsi anche ai cherokee.

Nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione, l’8 dicembre 1829, Jackson affermò la piena sovranità dei singoli stati: se gli indiani non si fossero sottomessi alle loro leggi, avrebbero dovuto prendere la via dell’esilio. Nei giorni successivi l’assemblea della Georgia dichiarò nulle tutte le leggi proclamate dalla nazione Cherokee. La determinazione della Georgia a mettere immediatamente in atto dichiarazioni e provvedimenti adottati dal governo si rese evidente anche l’anno successivo: l’Indian Removal Act fu approvato il 28 maggio 1830 e tre giorni dopo la Georgia dichiarò la sua piena sovranità sui 100.000 ettari di terre cherokee.

Bernard Vincent ricostruisce i dibattiti che seguirono all’approvazione della legge, le forme di resistenza che si protrassero per oltre otto anni, le lacerazioni interne che il decreto di espulsione provocò tra la popolazione cherokee, le reazioni degli intellettuali e dell’opinione pubblica americana ad una legge approvata con un margine di vantaggio minimo (102 voti contro 97). Non bisogna dimenticare infatti che l’indignazione e i dibattiti sollevati dal provvedimento di espulsione ebbero un’importanza decisiva nello sviluppo delle idee e dei movimenti abolizionisti.

Uno dei pregi del volume consiste nell’approfondimento del dibattito giuridico. Illustri giuristi, come William Writ (ministro della giustizia sotto Monroe e Quincy Adams) e Jeremiah Evarts (avvocato del Vermont e autore di un trattato legale che ebbe un’enorme diffusione) sostennero la causa degli indiani, affermarono il loro diritto originario sulle terre occupate e confutarono la tesi che riconosceva ai bianchi “il diritto della scoperta”, un diritto che rendeva nullo ogni altro diritto.

Tra l’estate del 1831 e la primavera del 1832 sulla questione si espresse la Corte Suprema. Il 18 luglio, mentre in Georgia veniva rafforzato l’apparato repressivo, il giudice Marshall affermò che L’Indian Removal Act era volto ad “annientare i Cherokee come società politica”, ma nelle sue dichiarazioni lo statuto delle nazioni indiane rimaneva ambiguo: esse erano definite “nazioni dipendenti” all’interno dei confini degli Stati Uniti e consigliava agli indiani di rivolgersi alla Corte in qualità di cittadini americani dalla personalità giuridica indiscutibile.

Inequivocabile il parere emesso il 3 marzo 1832: le nazioni indiane erano comunità politiche distinte dalla sovranità indiscussa a cui era riconosciuto il diritto di “conservare i propri diritti naturali d’origine”. I diritti derivanti dalla scoperta non potevano in alcun modo annullare quelli degli antichi possessori e pertanto le leggi della Georgia nei confronti dei Cherokee erano da considerarsi nulle.

Il giudizio della Corte fu ignorato dal governo della Georgia e apertamente sfidato dal presidente degli Stati Uniti: “Ora che il giudice ha emesso la sua sentenza - dichiarò Jackson - provi ad applicarla” (p.133).

Da allora la nazione cherokee, fu considerata una comunità legalmente estinta e costretta all’esilio. Nella narrazione degli eventi che segnarono il destino del popolo cherokee ritornano spesso le osservazioni che Tocqueville aveva fatto all’inizio degli anni Trenta:

Gli spagnoli, commettendo mostruosità inaudite, coprendosi di un’onta incancellabile, non sono riusciti a sterminare la razza indiana e nemmeno a impedirle di condividere i loro stessi diritti; gli americani degli Stati Uniti hanno raggiunto questo duplice risultato con una facilità stupefacente, legalmente, filantropicamente, senza spargimento di sangue, senza violare uno solo dei grandi principi della morale agli occhi del mondo. Non si riuscirebbe a sopprimere degli esseri umani rispettando meglio le leggi dell’umanità.

Gli americani – aveva affermato Tocqueville - rispettano le forme e pongono sempre le loro azioni all’ombra delle loro leggi. “Se, per caso, una nazione indiana non può più vivere nel suo territorio, la prendono fraternamente per mano e la portano loro stessi a morire in un paese lontano da quello dei loro padri” (p. 116).

Gli indennizzi, le garanzie volte a lenire le sofferenze della migrazione previste dal trattato con il governo degli Stati Uniti, ma che solo una parte dei rappresentanti della nazione cherokee aveva sottoscritto, furono tutti impegni disattesi. Strappati dalle loro case, disarmati, privi di risorse, esposti alla brutalità di coloni e soldati, i cherokee iniziarono il lungo cammino di 1.500 chilometri durante il quale 4.000 di loro persero la vita. Di questi, 1/3 morì nei campi di raccolta dove i soldati vendevano ai bianchi il cibo destinato agli internati, le donne e i bambini erano ripetutamente violentati1. Un soldato georgiano, testimone di tali orrori, ricordando le sofferenze patite durante la guerra di secessione, tra cui la morte del fratello, affermò che esse non erano: “niente in confronto a quello che [era stato] fatto agli indiani cherokee” (p. 189).

Le speranze di poter ricostruire una comunità autonoma in terre lontane, in cui molti avevano creduto, si rivelarono presto illusorie, come aveva ben compreso il vecchio capo John Ross:

Per dimostrare che nessuno verrà a insidiarci [nelle terre d’esilio], si rinvia ad un articolo del cosiddetto trattato che esclude gli intrusi e i bianchi, ma questo stesso articolo contiene una disposizione che va ben oltre alla sua vanificazione - una condizione colma di future fonti di inquietudine – che prevede che la proibizione di installarsi [nel territorio destinato ai cherokee] non si applicherà alle persone utili, come gli agricoltori, gli artigiani, gli operai o i maestri di scuola, così che il governo degli Stati Uniti potrà in breve fare in modo di rendere la popolazione cherokee una esigua minoranza e instaurare un governo che considererà la comunità cherokee una comunità legalmente estinta e affermerà che la loro terra d’esilio dovrà ritornare al suo legittimo proprietario, ovvero agli Stati Uniti. E così si realizzerà nei fatti la teoria cara al presidente [Andrew Jakson]. Questa politica avrà come conseguenza di espellere gli indiani dal loro paese con gli onori della legge! (p. 175).

Nell’ultima parte del volume Bernard Vincent ripercorre brevemente le fasi successive della storia cherokee, segnata in maniera indelebile dall’esperienza del sentiero delle lacrime: il periodo di difficile adattamento nella terra d’esilio, quello di rinascita economica e culturale, quello della guerra civile quando i cherokee, tra i quali ormai si era diffuso lo schiavismo e l’economia di piantagione, si schierarono con gli stati del sud. All’aggravarsi ancora una volta della condizione di dipendenza dopo la sconfitta, seguirono fasi di rinnovamento della sovranità tribale, di ripresa economica, in particolare nel Novecento, un secolo che ha visto talvolta i cherokee promotori attivi dello sviluppo industriale. La perdita di fiducia in se stessi – spiega Bernard Vincent -della fierezza di far parte di una comunità autonoma, i conflitti interni, le prospettive incerte, aprirono la via alle scelte di successo e arricchimento individuale.

Il volume si chiude con uno sguardo al presente, all’attività principale dei cherokee: la gestione delle case da gioco. L’autore non manca di sottolineare l’ironia di quella che definisce “una rivincita dal gusto amaro”. I cherokee, che avevano assistito impotenti alla vendita delle loro terre attraverso un sistema di lotterie, ora detengono il monopolio del gioco d’azzardo, un’industria fiorente i cui proventi tuttavia sono devoluti in gran parte all’assistenza di una popolazione che nel suo complesso vive al di sotto della soglia di povertà.

Bruna Bianchi




1 Sulle condizioni nei campi di raccolta si veda il documento: Cherokee Removal Forts, http://ngeorgia.com/hitory/cherokeeforts.html

© DEP

ISSN 1824 - 4483






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