Cervelli in gabbia



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CERVELLI IN GABBIA



LIBRO BIANCO SUI LAUREATI TECNICI DELLE UNIVERSITA' ITALIANE

A cura della Lista di Discussione LAUTEC




PREMESSA
Si è parlato a lungo e ancora si parla, in questi tempi, della "fuga dei cervelli" dal nostro Paese, soprattutto per la mancanza di serie aspettative professionali per i nostri giovani laureati: non solo i giovani di oggi, ma anche i giovani di ieri, perché il problema delle difficoltà dell'inserimento nel mondo della ricerca scientifica, non è storia recente ma vecchia.

Nelle nostre Università, si è sempre cercato di sopperire a questo problema - più o meno in buona fede - utilizzando ogni strumento "alternativo" possibile per cercare di inserire negli istituti e nei dipartimenti i propri giovani laureati, o perlomeno quelli più capaci e portati per la ricerca scientifica e per la didattica. Così, nell'annosa attesa dei concorsi per Ricercatore, veniva e tuttora viene spesso suggerito, al giovane e promettente laureato, di entrare comunque a far parte delle strutture universitarie nel ruolo tecnico-scientifico del personale non docente.

Il giovane laureato supera le selezioni senza difficoltà, grazie soprattutto alla sua preparazione superiore, ma quella che lui ritiene una vittoria finisce alla lunga per rivelarsi una sconfitta; ciò che per lui sembra il primo gradino di una promettente carriera, finisce invece per diventare un tunnel senza uscita, una vera e propria prigione. Forse involontariamente e forse consapevolmente, la soluzione per evitare che il cervello fugga, semplice quanto cinica, è quella di metterlo in gabbia.

La figura del laureato inquadrato nel ruolo tecnico ha costituito, da sempre, un monstrum, almeno da un punto di vista istituzionale: la giustificazione normativa del suo reclutamento era basata sulla presunta necessità di disporre di figure di "alto profilo professionale di livello universitario" per la conduzione di laboratori o l'uso delle apparecchiature scientifiche. Non esistendo, nel nostro Paese (prima dell'attuale nuovo ordinamento), la possibilità di disporre di lauree di diversi livelli, era quantomeno improbabile la pretesa che dei laureati spendessero il proprio titolo di studio soltanto al 50%, se non anche molto meno, utilizzandolo per svolgere compiti inferiori alla propria preparazione specifica.

In effetti - e non poteva essere altrimenti - ogni tecnico con laurea ha sempre svolto all'interno dell'Università ciò di cui era capace: in pratica, una normale attività di ricerca affiancata molto spesso anche dall'attività didattica, analoga a quella svolta dalle altre figure professionali inserite a qualunque titolo nel ruolo della docenza universitaria. Un'attività, ovviamente, non retribuita e non gratificata da un adeguato status giuridico, ma ampiamente incoraggiata dai professori che vedevano in questa situazione, come già detto, un modo efficace e sistematico per poter inserire i propri allievi nel novero dei collaboratori.

Questa "spregiudicatezza" dell'Università nella gestione del personale, ha spesso attirato su di sé feroci critiche, soprattutto da parte sindacale, ma va ricordato che, almeno per quanto riguarda il settore tecnico-scientifico ed in particolare i Laureati Tecnici, è stato anche grazie a questa elasticità che le nostre Università sono andate avanti - pur fra mille difficoltà - facendo fronte a compiti istituzionali sempre crescenti, come crescente è la richiesta di formazione di alto livello che il nostro Paese, nella nuova prospettiva europea, è chiamato a soddisfare.

Rimboccarsi le maniche e lavorare: con questa parola d'ordine, i Laureati Tecnici hanno dato il loro contributo, nella certezza che il loro lavoro dovesse prima o poi venire riconosciuto, ma anche nella consapevolezza che tutto ciò non poteva che costituire una soluzione di emergenza, destinata comunque a terminare con il ritorno, auspicabile, alla normalità. Una situazione normale in cui si sarebbe dovuta mettere la parola fine sui "Tecnici Laureati", e chiarire, una volta per tutte, che all'Università, nel settore della didattica e della ricerca scientifica, i laureati stanno fra i docenti ed i non laureati fra i non docenti.

Purtroppo, nel nostro Paese l'emergenza diventa quasi sempre norma, per cui si è continuato e si continua ancora a reclutare Laureati, per destinarli alle famigerate e non meglio precisate mansioni tecnico-scientifiche che "richiedono una preparazione di livello universitario". Nella mente dei legislatori, in realtà, c'è stato il tentativo di azzerare la questione riportando la situazione della docenza universitaria ad un livello di sufficiente chiarezza: vale a dire, chi fa ricerca e didattica stia fra i docenti, chi fa altro stia fra i non docenti. Con questo presupposto, è nata la legge 4/99, che ha consentito alle Università (a loro discrezione) di bandire concorsi riservati a posti di ricercatore per i nuovi "Laureati Tecnici". Una legge ingiustamente avversata da chi ha visto in essa lo strumento per "regalare" posti di ricercatore a chi non li meritava, mentre invece si trattava di prendere atto del fatto che all'Università esistevano (e purtroppo esistono) ricercatori di fatto privati del relativo status giuridico.

Purtroppo, forse anche a causa delle pressioni di questo movimento d'opinione avverso alla soluzione del problema dei Laureati Tecnici, la legge 4/99 è abortita in malo modo, nel senso che è stata approvata con delle modifiche che, di fatto, hanno creato discriminazioni fra gli stessi Laureati Tecnici, con cavilli pretestuosi che meriterebbe una condanna dell'Italia presso la Suprema Corte di Strasburgo, per palese violazione dei diritti fondamentali del cittadino. In questo modo, il problema resta ancora aperto sul tappeto, lasciando scontenti numerosi Laureati Tecnici che, a distanza di dieci, venti o addirittura trent'anni, si vedono ancora una volta beffati e ricacciati nella "gabbia" in cui erano entrati con la caparbietà e l'entusiasmo di chi sa e vuole far bene. Sull'altro fronte, i detrattori del provvedimento sono ancor di più esacerbati, perché l'iter della legge ha finito per configurarsi come un rapido colpo di mano, destinato a mettere tutti di fronte al fatto compiuto, senza chiarirne il percorso logico e la problematica che ne stava alla base: forse perché le aspettative da cui essa nasceva erano state alla fine tradite.

All'indomani della deludente approvazione della legge 4/99, i Laureati Tecnici esclusi si sono messi immediatamente al lavoro, per chiederne la modifica; e non poteva essere altrimenti. Attraverso la lista di discussione LAUTEC, è nata su Internet una assemblea telematica, che ha dibattuto a lungo e che ora ha messo in cantiere numerose iniziative, compresa quella del presente Libro Bianco. Ci proponiamo di lottare (alcuni lo fanno da trent'anni) per vedere attuato quello che è un diritto sancito dalla Costituzione: che ad ogni cittadino venga riconosciuto il ruolo e lo stipendio commisurati al lavoro effettivamente svolto. Non abbiamo alternativa: siamo "in gabbia", come dice il titolo di questo libro bianco, perché ci ritroviamo, trentenni, quarantenni e cinquantenni, ad avere una professionalità specifica, mirata alla ricerca e alla didattica, che non può essere spesa in altro ambito se non quello universitario.

In questi ultimi mesi, alcune iniziative da parte di singoli parlamentari hanno riaperto la problematica dei Laureati Tecnici "orfani" della legge 4/99: non solo quelli che, al momento, non ne possono usufruire, ma più in generale tutti quelli che dalla legge si aspettavano che venisse messa la parola fine su questa figura professionale assolutamente anomala e frustrante.

A queste iniziative, ha immediatamente fatto riscontro il coro dei detrattori, costituito essenzialmente da giovani laureati che vedono i questi Laureati Tecnici dei "furbi" che vogliono arrivare allo sportello dei Ricercatori aggirando la fila e passando da una porticina di servizio. Una preoccupazione dettata da un autentico stato di disagio, dovuto alla prospettiva di una disoccupazione intellettuale più o meno lunga; ma dettata anche dalla completa ignoranza dei reali termini della questione, della storia, natura e consistenza del fenomeno dei Laureati Tecnici delle università italiane.

Ma chi sono, in realtà, i Laureati Tecnici, e cosa vogliono?

La risposta alla seconda domanda è estremamente semplice: vogliono la ripresa della legge 4/99, in modo che vengano eliminati i cavilli pretestuosi che ne hanno inficiato la prima versione, fatte salve le caratteristiche di rigore e serietà nell'accertamento dei requisiti tecnico-scientifici dei beneficiari.

La risposta alla prima domanda, invece, è nel presente "libro-bianco", nel quale vengono presentati settanta curricula esemplificativi (per raccoglierli tutti ci vorrebbe molto più tempo e spazio), in cui sono riportati i dati dell'attività scientifica e didattica, nonché l'elenco delle pubblicazioni, di Laureati Tecnici esclusi dall'applicazione della legge 4/99.

Ci si renderà subito conto che le persone di cui si parla, non sono i "falegnami" dell'Università, come incautamente qualcuno ha detto o scritto di noi nei giorni scorsi. E ci si renderà soprattutto conto di quanto ingiusta sia la condizione in cui si trovano numerosi Laureati Tecnici che, a fronte di curricula e di un'attività scientifica e didattica di alto livello, si ritrovano incasellati in qualifiche assolutamente incongruenti, a volte di ruoli meramente esecutivi. Si ritrovano in gabbia, per dirla in breve.

Ci può essere una giustificazione a questo stato di cose? Chi ne ha una, ce la suggerisca. Oppure, dateci una mano a venire fuori da questa gabbia.

I LAUREATI TECNICI DELLA LISTA DI DISCUSSIONE "LAUTEC"

AREA 02

Scienze Fisiche




Cognome e Nome



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