Lavorare nella moda



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E’ questa la fase in cui si verifica la fattibilità tecnico-produttiva e si prefigura l’industrializzazione del prodotto, stabilendone i parametri. Spesso il campionario, soprattutto quello utilizzato nelle sfilate e negli altri eventi di presentazione delle collezioni, non corrisponde a ciò che verrà prodotto per il largo consumo. Non è a caso molte aziende di grido hanno differenziato le loro linee produttive prevedendone una, in molti casi caratterizzata da una struttura di tipo artigianale, per i capi di alta moda ed un’altra, più industriale, per la produzione dei capi destinati al grande pubblico. In questi casi spesso il marchio si differenzia.



Produzione

Nella fase di produzione destinata al largo consumo, sono presenti tutte le figure professionali afferenti alla categoria dei tecnici, degli operai specializzati, degli addetti al controllo di qualità e alle attività di coordinamento.

Le professioni in questo ambito sono moltissime e differenti a seconda dell’ambito produttivo (tessile, bigiotteria, occhiali, pelletteria, ecc…).

In molti casi si tratta di artigiani che dalla materia prima arrivano al prodotto finito (il sarto, l’orafo, il lavoratore della pelle, ecc…), in altri casi si tratta di tecnici specializzati (addetti alle macchine a controllo numerico, tecnici della colorazione e della tessitura, ecc…), in altri casi ancora si tratta di operai specializzati che seguono singole fasi del processo (cucitori, assemblatori, ecc…), ai quali è, comunque, richiesta una specifica preparazione tecnica o un apprendistato di qualche anno. In tutti questi campi, la domanda di lavoro è ancora molto elevata, anche perché è difficile reperire sul mercato giovani disponibili a svolgere queste attività.



Vendita

Alla fase di campagna vendita corrispondono le seguenti figure professionali:



  1. Direttore vendite/ responsabile commerciale: si trova a capo della struttura commerciale dell’azienda, nella moda è frequente una suddivisione delle responsabilità fra più direttori ognuno dei quali si occupa di un segmento di prodotto (capi spalla, abiti da sposa, accessori; ecc…) o di mercato (linea uomo, donna, giovani, classiche ecc.).

  2. Addetto allo show room: professionista della vendita di prodotti di moda, specializzato nel lavoro di raccolta ordini e presentazione delle collezioni. Spesso dirige gli show room aziendali, cioè i luoghi in cui sono esposti in modo continuativo (e disponibili alla vendita) le realizzazioni stagionali.

  3. Account manager: gestisce i rapporti con alcuni grandi clienti che si chiamano appunto account.

  4. Venditori, agenti e rappresentanti, responsabili di attività commerciali in franchising: si occupano, a diversi livelli, della distribuzione capillare dei prodotti. Hanno con la casa madre rapporto di dipendenza o di agenzia, sono liberi professionisti o a contratto. Sono molteplici le possibilità di rapporto fra casa madre e rete di vendita.

E’ questa la fase in cui si accede al cliente finale, occorrono pertanto competenze di marketing operativo: come presentare il prodotto, come proporlo, con quali tecniche. E’ necessaria un’adeguata strumentazione di raccolta degli ordini e per dare l’imput alla programmazione della produzione. Nella moda, la vendita prevede sia campagne vendita conseguenti agli eventi-manifestazioni commerciali, sia un’attività di vendita continuativa. Ciò implica la presenza di figure professionali che si occupino in modo prevalente dell’uno o dell’altro tipo di attività.
Pubblicità, immagine,organizzazione eventi

Sono connesse a questa fase tutte le professioni che si occupano, all’interno e all’esterno dell’azienda, dell’organizzazione degli eventi quali sfilate, happenings, servizi fotografici. In questo ambito intervengono, oltre a tutti i responsabili aziendali interni, in molti casi l’imprenditore stesso e tutto il top management, organizzatori, scenografi, musicisti, fotografi, modelli, truccatori, hostess, interpreti, traduttori, ecc… . La pubblicizzazione dei prodotti stagionali può avvenire anche tramite un semplice catalogo e in questo caso sarà coinvolto sia il direttore marketing, sia il direttore vendite, oltre che il responsabile delle relazioni pubbliche, il curatore della comunicazione e/o del marchio, il pubblicitario, il creativo, il fotografo, i modelli, ecc…

In altri casi si tratta di grandi campagne pubblicitarie finalizzate a far conoscere la casa produttrice più che il singolo prodotto: gli attori, in questo caso, saranno il direttore marketing, il direttore vendite, ma spesso l’intero staff dell’imprenditore e/o dell’amministratore delegato. Le campagne pubblicitarie, anche per il costo che implicano, costituiscono un investimento delicato che richiede grande professionalità nel coordinare i creativi (professionisti esterni che prestano il loro ingegno allo scopo) e nel garantire la coerenza del messaggio diffuso con le politiche aziendali e il target di clientela prescelto. La cura costante dell’immagine richiede, inoltre, l’attivazione ed il mantenimento di rapporti con l’editoria, la televisione e tutti gli altri canali di comunicazione destinati al grande pubblico e/o agli specialisti del settore: tutte le aziende di moda principali sono dotate di uffici stampa e comunicazione responsabili sia del coordinamento dei messaggi destinati all’esterno, sia della verifica e monitoraggio dell’immagine veicolata in modo autonomo dai mass media (commenti e giudizi a seguito di eventi, recensioni, servizi televisivi). All’interno di questi uffici operano redattori, scrittori, esperti in comunicazione, in molti casi fotografi, quasi sempre esperti legali e segretarie di direzione.

Le modelle/ i modelli e tutto l’entourages che li accompagna, ne segue i contratti e ne cura l’immagine, costituiscono un cast a parte che richiede l’attivazione di professionisti interni all’azienda in grado di coordinarne l’attività, prepararli ad ogni evento, mantenerne, se necessario, i contratti esclusivi, ecc….


Ogni fase del processo si differenzia in rapporto alla tipologia di prodotto (abbigliamento, accessori, ecc…), alla dimensione aziendale (azienda artigiana e azienda multinazionale), alla visibilità dell’azienda sul mercato (grandi firme rapportate a marchi locali), perché possono variare considerevolmente sia le strategie, sia le operatività. Ai lettori di questo testo lasciamo la sensibilità di cogliere i fattori distintivi, ma anche i collegamenti con altri contesti (industria, artigianato) e di saper valorizzare le opportunità di inserimento lavorativo che l’enorme varietà, le sfaccettature, l’indeterminatezza apparente di questo mondo, rischiano di oscurare.


1 Da “totem” elemento simbolico rappresentante l’appartenenza ad una tribù, ad un gruppo. In sociologia totemico si utilizza per individuare quegli oggetti, elementi , comportamenti che costituiscono fattore distintivo di un’epoca, di un gruppo, di una classe sociale e che vengono scelti dagli individui perché garanti di tale appartenenza.

2 Riferito alla produzione dell’immaginazione di una collettività . E’ inteso come repertorio di rappresentazioni simboliche di miti, fantasie condivise da gruppi di persone omogenei.

3 Jeans: Pantaloni che hanno segnato la cultura estetica della seconda metà '900 e, al di là della loro praticità, hanno rappresentato e continuano a rappresentare un simbolo, mutevole a seconda dei periodi storici: da divisa dei lavoratori a uniforme della contestazione giovanile, da ribelle a pop, a passe-partout senza limiti di età e ruolo. Può essere al naturale o interpretato in chiave stilistica, nelle sfumature indigo tradizionali o colorato, delavato, marmorizzato, candeggiato, strappato, inamidato. Ogni decennio conia la propria graduatoria, privilegiando un tipo di finissaggio, un colore, uno stile. Insieme a un blazer blu è la divisa informale dei businessman più rigorosi, in versione baggy è invece il capo preferito della ribellione rap. Il tessuto è simile al Denim (di Nimes), ha infatti la stessa armatura a saia o levantina (linee diagonali, dritto diverso dal rovescio) ma è più leggero. Nasce a Genova. Si tratta di un tipo di fustagno molto resistente e leggero, appunto di Gênes (Genova in francese), detto jean o jeane. È già presente sul mercato europeo sin dalla fine del Medio Evo, mentre la sua trasformazione in pantalone da lavoro è da far risalire all'800, quando viene utilizzato per gli scaricatori del porto. Però, è solo a partire dal 1850 che il termine jeans viene utilizzato per identificare non il tessuto ma un determinato modello di pantaloni. Infatti, a San Francisco Levi Strauss, insieme al socio Jacob David Youphes, lancia un modello di pantaloni, molto resistenti, con cinque tasche, per i cercatori d'oro. Dopo circa un secolo, dagli anni '40 del '900, i jeans diventano, prima negli Stati Uniti e poi in Europa un capo di moda. Alla fine degli anni '60, durante l'esplosione del movimento hippy, sono il denominatore comune della ribellione, del non vestirsi. Con il passare dei decenni il jeans si trasforma nei modelli e nelle lavorazioni, seguendo più i dettami passeggeri della fantasia degli stilisti piuttosto che le ideologie politiche.

4 Quant Mary (1934). Stilista inglese. Protagonista della Swinging London, divide con Courregés la creazione della minigonna. Nata a Londra, studia al Goldsmith College of Art, dove conosce il suo futuro marito Alexander Plunker Greene (1933-1990). Appena diplomata, apre con lui e con Archie McNair la sua prima boutique, Bazaar, a Kings Road. Era il 1955. Dopo poco comincia a disegnare e produrre abiti in proprio, diventando subito famosa per la sua moda giovane e a buon mercato, che contribuisce ad alimentare il mito della Londra dei Beatles e degli anni '60. Offriva alle adolescenti, in quel momento già ribelli al costume e al guardaroba delle madri, la possibilità di vestirsi in modo audace e rivoluzionario rispetto al perbenismo formale della generazione che le precedeva: gonne a metà coscia, skinny ribbs, esplosione di colori, collant fantasia. Adotta anche nuovi materiali: il Pvc per una linea da pioggia. Nel '61, il successo le permette di darsi una seconda ribalta, un nuovo negozio a Londra, e di sbarcare, 2 anni dopo, negli Stati Uniti con la Ginger Group, che produce capi in grande serie. Nel '66, fonda la sua industria cosmetica (il logo è una margherita) e viene nominata Ufficiale dell'Impero Britannico. Disegna collezioni per la catena americana di grandi magazzini J.C. Penney, per il Gruppo Puritan e, con il suo marchio, scarpe, biancheria per la casa, tappeti, carta da parati, calze. Regge sull'onda di quella nouvelle vague, rilanciata dal '68, per una buona parte degli anni '70. L'onda si attenua, si spegne. Personalmente la stilista tramonta. Ma il Gruppo che porta il suo nome ha sempre un ottimo giro d'affari, anche a riflettori spenti.

5 Torre d’avorio. Si dice di luoghi inaccessibili, in cui ci si isola dal resto del mondo.

6 Giubbotto lungo, prevalentemente di colore verde, che ha caratterizzato l’abbigliamento di molti giovani “contestatori” degli anni ’60 e ’70.

7 Linea dell’alta moda dedicata all’attività quotidiana e non solo ad occasioni e “persone” speciali.

8 Corrente musicale e conseguentemente di tendenza, che coagula gruppi giovanili di “rottura”. L’abbigliamento si caratterizza per una forte predominanza del colore nero, borchie, catene, accessori in pelle, ecc..Il look prevede acconciature che variano dalla rasatura alla cresta colorata e la presenza di numerosi piercing.

9 Corrente musicale americana nata a Seattle nel 1988, caratterizzata da ostilità a potere e denaro. Il look che caratterizza la corrente prevede un abbigliamento da “straccioni”

10 Noto film fine anni ’80, del regista R. Scott ambientato in una metropoli abitata da androidi

11 L'ideologia di fondo è l'accettazione dell'evoluzione tecnologica e dell'alterazione della nostra definizione di umanità, la romantica accettazione della modificazione tecnologica della specie. Questa accettazione dell'evoluzione, alla fine, è ciò che determina l'angolazione dell'utilizzo delle tematiche cyberpunk.

12 Josefina Figueras è nata nel 1952 a Sabadell (Barcelona). Si è laureata in Scienze dell’Informazione presso l’Università di Navarra. Ha svolto numerose attività giornalistiche ed è stata vicedirettrice per molti anni della rivista Telva. E’ intervenuta come esperta in vari congressi su differenti temi di interesse sociale come la famiglia,la donna,la moda..Ha pubblicato,in particolare sul tema della moda, il volume La moda: sus secretos y su poder.

13 Charles Frederick Wolfe (1825-1895),fu il primo disegnatore di moda a definirsi “artista”,iniziando come modello per il fotografo Nadar, fino ad arrivare a a disegnare non solo vestiti commissionati da singoli clienti,ma anche collezioni focalizzate ad una distribuzione che rispecchiava i suoi standard di altissimo livello,introducendo in maniera assolutamente innovativa nel campo della moda, il concetto di “ready made”(già confezionato). Questi disegni innovativi furono creati da Worth non seguendo un’immagine di donna in particolare, bensì per tutte quelle donne che desideravano indossare le ultime creazioni di un disegnatore d’alta moda. Charles Worth fu il primo stilista a fare della sua produzione un vero e proprio marchio di moda,che si traduceva in una etichetta che distingueva i suoi vestiti da tutti gli altri.Suo figlio Jean-Philippe Worth prese, alla morte del padre, le redini della società ingrandendola.



Gabrielle Chanel (1883-1971). Sarta francese. Nota con il soprannome di Coco. Le si devono alcune fra le innovazioni più importanti della moda del XX secolo. Questa donna ambiziosa e determinata, con alle spalle un'infanzia povera e infelice, trascorsa in un orfanotrofio, ha rappresentato, con la sua personalità, il nuovo modello femminile del '900, dedito al lavoro, a una vita dinamica, sportiva, priva di etichette e dotata di autoironia, fornendo a questo modello il modo più idoneo di vestire. Attraverso le sue creazioni, Chanel ha trasformato totalmente l'eleganza femminile, non più basandola sull'opulenza strutturale e sull'affettazione dei dettagli e dei tessuti, ma sulla semplicità e sul comfort. Ha modificato l'abito da giorno, conferendogli una spiccata connotazione sportiva e funzionale, e ha drasticamente reso essenziali e fluide le linee dell'abito da sera, introducendo materiali tessili più comodi e moderni. L'inserimento della maglia nel panorama dell'alta moda, lavorata a mano e poi confezionata industrialmente, rimane una delle novità più sensazionali proposte da Chanel. La combinazione di capi desunti dal guardaroba maschile con gli elementi dell'abbigliamento femminile più tradizionale è diventato sinonimo del suo stile, come il tailleur costituito da giacca maschile e gonna diritta o i pantaloni, appartenuti fino a quel momento all'uomo, che Chanel introduce in ogni collezione, anche per le occasioni più formali. Dal 1924, Chanel impone sopra i suoi abiti dal taglio essenziale gioielli vistosi e di poco prezzo, sottolineando l'abbandono di ogni consuetudine e proponendo la democratizzazione dell'abito. Le bigiotterie in perle, le lunghe catene dorate, l'assemblaggio di pietre vere con gemme false, i cristalli che hanno l'apparenza di diamanti sono accessori indispensabili dell'abbigliamento Chanel e segni riconoscibili della sua griffe. La sua impronta, l’uso innovativo dei tessuti, la ricerca di gusto e praticità, l’unione di innovazione e tradizione, hanno influenzato tutti i successivi stilisti. Se si osserva il lavoro di stilisti contemporanei, anche molto diversi fra loro, come Tom Ford, Helmut Lang, Miuccia Prada, Jil Sander e Donatella Versace, si può notare come molte delle loro strategie siano direttamente derivate da questa grande stilista.


14 Cristobal Balenciaga nacque a Guetaria, San Sebastian, Spagna nel 1895. Studiò sartoria con sua madre fino al 1910.Nel 1915 aprì un’attività propria grazie alla sponsorizzazione della Marchesa di Casa Torres. Raggiunse la fama internazionale dopo la Seconda Guerra mondiale fino ad arrivare a fare parte della triade che vestì alcune delle donne più belle e famose del mondo attraverso il lancio del New Look di Christian Dior. Balenciaga fu un maestro di illusione, il suo più famoso contributo alla moda fu il baby doll che introdusse nel 1957, ispirandosi all’ arte spagnola e al costume popolare mischiandoli al suo genio per l’illusione. Al contrario di tutti gli altri celebri sarti dell'epoca che mutavano linee ogni sei mesi (trapezio, acca, forbice, hirondelle), i suoi cambiamenti erano impercettibili ma essenziali. Quando uscì col suo famoso "sacco" nero, si gridò allo scandalo e il modello fu soggetto di caricaturisti. Eppure, quel proporzionatissimo sacco divenne popolare e poi, appena appena variato, appena appena appoggiato davanti, divenne tunica di una tale purezza da essere imitata ancora oggi. Il suo più celebre tailleur di tweed, con collo scostato e sfrangiato e appoggiato davanti da quattro grossi bottoni, continua a fare scuola. Balenciaga si ritirò nel 1968. Morì nel 1972. Oggi la sua casa di moda è di proprietà di Jacques Bogart SA.



15Georg Simmel nacque nel 1858 a Berlino. Visse la sua vita immerso nell’intersezione di differenti movimenti e correnti di pensiero. Simmel fu un moderno “uomo urbano” senza radici nella tradizionale cultura del suo paese, uno dei maggiori teorici che si distinse nel panorama filosofico e delle scienze sociali della Germania di fine secolo. Simmel studiò Storia e Filosofia presso l’Università di Berlino con alcuni dei più famosi accademici dell’epoca: gli storici Treitschke, Sybel , Droysen, i filosofi Harms and Zeller, lo storico dell’arte Hermann Grimm,gli antropologi Lazarus e Steinthal Mommsen,

16 Nacque a Jerez de la Frontera nel 1963. Ottenne il titolo di Dottore in Filosofia presso l’Università di Navarra. Ampliò in seguito i suoi studi nell’Università tedesca di Münster.Ha pubblicato diversi volumi antropologia, estetica e filosofía della cultura. Attualmente lavora a Madrid.

17 Il sistema moda

18 Il business, gli “affari” legati alla moda

19 Nel modello a rete ogni azienda, pur mantenendo la propria autonomia, interagisce con altre in un rapporto cliente-fornitore che sostituisce l’organizzazione della grande azienda. Invece di concentrare tutte le attività in una sola azienda (con le conseguenti difficoltà di gestione delle risorse interne), nel modello a rete ognuno lavora sia per ottenere il proprio risultato, sia per consentire all’azienda cliente di proseguire il processo produttivo fino al prodotto finale da immettere sul mercato. Ciò non esclude che la singola azienda abbia anche un proprio mercato di riferimento. Per esempio, nel caso della produzione di filati, di norma le aziende hanno come clienti principali le aziende di confezione, ma ciò non esclude una quota di vendita diretta al pubblico che richiede filati, piuttosto che tessuti e così via. Tale modello richiede una trama complessa di interdipendenze fra le diverse aziende, ma consente anche di mantenere stabile una quota di mercato e di efficienza: la specializzazione richiede infatti integrazione e coordinamento, ma consente anche maggiore qualità e costi gestionali inferiori.

20 Le aziende che, nel modello a rete, lavorano prevalentemente per un’azienda “madre”.

21 Per distretto si intende un’entità socio territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva, in un’area circoscritta, di una comunità di persone e imprese, ciascuna delle quali è specializzata in una o poche fasi e funzioni relative ad una stessa industria o a industrie affini, ossia che svolgono attività rivolte alla produzione di beni o servizi che soddisfano i bisogni dell’industria tipica del distretto.

22 Che lavorano per conto terzi, quindi per altre aziende.

23 Modalità di vendita attraverso strumenti multimediali, con siti internet specificamente dedicati. Ciò presuppone una fitta rete di relazioni con le banche, i servizi interbancari che gestiscono le carte di credito, i servizi postali e di trasporto, i servizi addetti alla logistica interni alle aziende madri o coordinati con le aziende terziste.



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